domenica 21 settembre 2014

25 Il settore secondario e il paesaggio industriale


IL SETTORE SECONDARIO E IL PAESAGGIO INDUSTRIALE

Il settore secondario comprende due diverse attività – l’artigianato e l’industria – praticate dall’uomo da tempi molto differenti: infatti l’artigianato è nato 5.000 anni fa o anche prima, se consideriamo artigiani quegli uomini preistorici che lavoravano la pietra o l’osso per ricavarne oggetti per la caccia o per la vita quotidiana, per non parlare dei primi metalli che si imparò a forgiare; mentre l’industria è nata solo 250 anni fa, un tempo relativamente breve ma nel quale il modo di vivere dell’umanità è profondamente cambiato.

Cottura della ceramica durante il Neolitico
Lavoro in una fabbrica inglese del XVIII secolo

 L'ARTIGIANATO
Tralasciando le attività artigianali dell’Età Antica, è l’artigianato del Basso Medioevo il più simile a quello attuale.
La ripresa dell’economia che si manifestò in Europa a partire dall’anno Mille riempì le città di botteghe artigiane, che caratterizzarono i centri urbani grandi e piccoli fino al 1800 circa e che, sia pure in forme diverse, possiamo trovare ancora oggi.
Una bottega artigiana medievale occupava generalmente il piano terreno di una casa: mentre nei piani superiori viveva l’artigiano con la sua famiglia e, spesso, con gli apprendisti che lo aiutavano nel lavoro, al piano terra una o due stanze venivano usate proprio per l’attività artigianale. Una finestra dava sulla strada, non solo per dare luce alla bottega, ma anche per permettere all’artigiano di esporre i suoi prodotti, in modo che chi passava potesse vederli e, se gli piacevano o gli servivano, comprarli: spesso, infatti, la bottega era anche un luogo di vendita al dettaglio.
Artigiani medievali erano i fabbri che costruivano coltelli e forbici, i calzolai che fabbricavano scarpe e stivali, i sarti che facevano i vestiti su misura per il cliente, i falegnami che producevano sedie e mobili di ogni tipo, i vasai che fabbricavano vasi e bicchieri, i sellai che preparavano le selle per i cavalli, e così via.

Qui sopra, disegno ricostruttivo dell’interno della bottega di un vasaio medievale.
A sinistra, disegno ricostruttivo di una bottega con il piano terra e il primo piano adibito ad abitazione.

Oggi una bottega di questo tipo esiste solo occasionalmente: nelle città e nei paesi europei possiamo trovare ancora il calzolaio che ripara le scarpe, l’arrotino che affila forbici e coltelli, il gioielliere che ripara orologi o che costruisce da sé gioielli di vari tipi, o il barbiere-parrucchiere che taglia i capelli. Di solito però la bottega si è trasformata in laboratorio artigianale, dove si producono oggetti su misura o in piccola serie, oppure dove si fanno riparazioni.
Possiamo così avere il laboratorio del falegname, che produce arredamenti per singoli clienti o per negozi; del fabbro che lavorando il ferro produce cancelli e recinzioni su misura; del pellettiere che produce borse, cinture, portamonete; del marmista che appronta lastre di marmo per pavimenti domestici o per i cimiteri; del vetraio che fabbrica soprammobili in vetro o specchi; del meccanico che ripara biciclette, moto e automobili; del costruttore edile che fornisce quanto è necessario alla costruzione di una casa, eccetera.

 Due esempi di laboratori artigianali a Venezia: sopra, un laboratorio per la produzione di maschere in cartapesta e, sotto, per la fabbricazione di oggetti in vetro a Murano.
Questi laboratori si trovano generalmente in zone cosiddette industriali (vedi il paragrafo IL PAESAGGIO INDUSTRIALE più avanti) e sono realizzati dentro capannoni, all’interno dei quali ci sono i magazzini per le materie prime, le macchine usate per la lavorazione, il deposito del prodotto finito. Nei laboratori lavorano fino a 15 operai (tra cui quasi sempre il titolare dell’azienda e alcuni familiari): se i lavoratori sono più di 15, l’attività non è più considerata artigianale, bensì industriale.

Un capannone prefabbricato

L’INDUSTRIA

L’industria è nata in Inghilterra nel Settecento: la presenza di miniere di carbone, l’invenzione della macchina a vapore e di macchinari in metallo capaci di fare un lavoro prima fatto a mano dall’uomo, lo spirito d’iniziativa dei borghesi arricchiti si combinarono nel dar vita a quella che viene chiamata prima rivoluzione industriale e che riguardò inizialmente soprattutto il settore tessile.
Nell’Ottocento nuove invenzioni nei settori chimico e metallurgico e la scoperta dell’energia idroelettrica provocarono la nascita della seconda rivoluzione industriale, che si diffuse progressivamente in alcuni Paesi europei (e anche negli Stati Uniti d’America) e che portò al formarsi di grandi complessi industriali, così potenti da creare dei monopoli e quindi di controllare l’intero mercato.

Interno di una fabbrica della prima rivoluzione industriale

Nella seconda metà del Novecento l’applicazione dell’elettronica alle lavorazioni industriali e la diffusione delle tecnologie che chiamiamo comunemente informatiche (dai primi calcolatori industriali ai moderni personal computer di vario tipo) hanno portato alla terza rivoluzione industriale, che è ancora in corso e che si sta sviluppando in nuove direzioni, quali la robotica e l’impiego dei droni.
Le nuove tecnologie hanno provocato una sempre maggiore automazione del lavoro, ossia all’uomo si sostituiscono sempre più le macchine, in tutte le fasi della produzione, dall’ideazione al controllo del prodotto finito.
L’automazione richiede grandi investimenti iniziali e una grande quantità di energia, perché le macchine sono molto costose e sono in funzione giorno e notte. L’automazione, però, presenta diversi vantaggi. Innanzitutto garantisce che il lavoro sia svolto in modo continuativo e sempre uguale: mentre l’operaio che esegue un lavoro può, per stanchezza, noia, distrazione, commettere errori, la macchina esegue ogni operazione senza variare e senza interrompersi. Inoltre l’automazione permette di risparmiare i costi della manodopera, perché la macchina, pur richiedendo una continua manutenzione e pur consumando energia, non riceve un salario, non si ammala, non ha diritto alle ferie e non sciopera.
L’automazione ha fatto calare il numero di operai impiegati nelle industrie, in particolare di quelli non qualificati, cioè senza una preparazione professionale specifica; è aumentata, invece, la richiesta di manodopera specializzata, per cui oggi è necessario per entrare nel mondo industriale una maggiore professionalità e ciò obbliga il giovane a impegnarsi nello studio, meglio se in una scuola con insegnanti e programmi all’altezza dei compiti della società moderna.

Una fabbrica di robot in Germania: non può che essere automatizzata!

La competitività – che è una caratteristica del mondo attuale – ha bisogno inoltre di sempre nuove mansioni, capaci di imporsi e di produrre oggetti che siano “vincenti”. Per questo gli investimenti nella ricerca e nel rinnovamento tecnologico sono fondamentali: il rischio per chi non investe in questi settori è quello di produrre oggetti superati, o inferiori per qualità, o a costi più elevati, con conseguente fallimento. Quando un’industria fallisce ed è costretta a chiudere, può essere acquistata da un’industria in espansione, la quale trasforma gli impianti e li utilizza per aumentare la propria produzione.
Anche se oggi in tutta Europa sono presenti molte industrie, non possiamo definire il nostro continente tutto industrializzato allo stesso modo. La presenza delle industrie dipende da diversi fattori:
-         la disponibilità di fonti di energia e di materie prime
-         la possibilità di commercio
-         le vicende storiche, che hanno creato regioni più ricche di altre o che, come nel caso dei Paesi a regime comunista, hanno posto lo Stato (e non la proprietà privata) a controllare in maniera rigida la produzione industriale.

Per questo in Europa si possono distinguere due regioni:
-         le regioni molto industrializzate, in cui il livello tecnologico è alto (sostanzialmente l’Europa centro-occidentale: Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Italia settentrionale)
-         le regioni con minore produzione industriale e di più basso livello tecnologico (l’Europa meridionale e l’Europa centro-orientale).

Questa distinzione va ulteriormente spiegata: esiste un fenomeno – chiamato deindustrializzazione – che riguarda in particolare proprio l’Europa occidentale, ossia quella più industrializzata, e che consiste in un aumento della produzione e in una diminuzione degli occupati. Ciò si spiega non solo con lo sviluppo dell’automazione, di cui si è parlato prima, ma anche con altri motivi: per esempio con la delocalizzazione, ossia il trasferimento di impianti industriali dell’Europa occidentale nei Paesi dell’Est europeo o addirittura in nazioni extraeuropee. Poiché in questi Paesi la manodopera costa di meno, le materie prime sono a più buon mercato, la forza-lavoro è più qualificata e le tasse sono meno elevate, molti industriali hanno preferito trasferire in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia, in Ungheria o in Romania i loro stabilimenti; si tratta di scelte conseguenti anche alle leggi (o alla mancanza di leggi) industriali dei politici occidentali, non sempre pronti o capaci di difendere il lavoro nel proprio Paese.

Fabbrica dell'italiana FIAT in Polonia

È interessante, a tal proposito, osservare i dati della seguente tabella:

PAESE
ADDETTI AL SETTORE SECONDARIO
Belgio
20%
Bulgaria
33%
Francia
23%
Germania
26%
Grecia
22%
Italia
30%
Lituania
29%
Moldavia
21%
Paesi Bassi
17%
Polonia
27%
Regno Unito
17%
Repubblica Ceca
40%
Romania
31%
Russia
29%
Slovacchia
39%
Slovenia
38%
Ungheria
32%

Le industrie sono di tipo molto diverso; le distinzioni che possiamo fare riguardano:
-         la produzione
-         le dimensioni
-         i materiali usati
-         le tecniche di produzione.

Per quanto riguarda la produzione delle singole industrie si possono catalogare alcuni tipi principali:

SETTORE INDUSTRIALE
COSA PRODUCE
Industria metallurgica
Metalli di vario tipo (di base e preziosi)
Industria siderurgica
Ferro e leghe con alto contenuto di ferro, tra cui l’acciaio e la ghisa
Industria metalmeccanica
Macchine di vario uso (macchine agricole, macchinari per le industrie, macchine tessili, ecc.)
Industria automobilistica
Veicoli a motore
Industria ferroviaria
Treni e locomotive
Industria navale
Imbarcazioni, navi, transatlantici, yacht
Industria aerea
Aerei e velivoli di vario tipo
Industria elettromeccanica
Macchine elettriche ed elettrodomestici
Industria calzaturiera
Scarpe e calzature di ogni tipo
Industria tessile
Fibre tessili vegetali, animali o artificiali
Industria dell’abbigliamento
Capi d’abbigliamento di qualsiasi tipo
Industria alimentare
Qualsiasi prodotto commestibile trasformato ricavato da agricoltura, zootecnia e pesca
Industria ittica
È il settore dell’industria alimentare che trasforma i prodotti della pesca
Industria del legno e della carta
Prodotti ricavati dalla silvicoltura (legname, mobili, parquet per pavimenti, carta, fiammiferi, ecc.)
Industria editoriale
Giornali, riviste, libri, ecc.
Industria cosmetica
Prodotti per la bellezza e l’estetica, l’erboristeria, la profumeria, l’acconciatura, ecc.
Industria chimica
Composti chimici come il benzene e il propilene, o plastica, coloranti, colle, vernici, inchiostri, dolcificanti, adesivi, saponi, detersivi, esplosivi, fertilizzanti e molto altro
Industria farmaceutica
È il sotto-settore dell’industria chimica che produce vari tipi di farmaci
Industria petrolchimica
È il sotto-settore dell’industria chimica che ottiene prodotti dalla lavorazione del petrolio o dei gas naturali: in particolare le materie plastiche (e gli oggetti in plastica), la gomma sintetica, le fibre tessili sintetiche e i fertilizzanti azotati
Industria petrolifera
Benzina, gasolio, cherosene, nafta, butano, propano, olio per motori, bitume, asfalto
Industria della meccanica di precisione
Orologi, cronografi, macchine fotografiche, apparecchiature mediche, ecc.
Industria delle telecomunicazioni
Telefono, radio, televisione
Industria informatica
Computer, cellulari, tablet, ecc.
Industria aerospaziale
Veicoli aerei che operano nell’atmosfera e nello spazio extra-atmosferico
Industria bellica
Armi di tutti i tipi

Un’industria metallurgica
Industria chimica
Industria petrolifera alle Canarie (Spagna)
Industria cantieristica nel Regno Unito
Industria alimentare in Francia
Industria tessile in Italia
La navicella spaziale Sojuz (qui al Cosmodromo di Baikonur in Kazakistan) è stata progettata dall’industria aerospaziale della Russia
Industria bellica in Germania

Per quanto riguarda le dimensioni si distinguono le grandi industrie dalle medie e piccole industrie.
In Europa ci sono molte grandi industrie, le quali hanno la sede principale (o centrale) in uno Stato e fabbriche anche in altre Nazioni: per questo si chiamano multinazionali. Sono industrie o gruppi di industrie (poiché spesso si tratta di aziende associate con altre aziende, che producono parti diverse di un “oggetto” che va assemblato) che hanno un enorme giro d’affari, cioè una grande quantità di prodotto venduto (calcolato non in numero di pezzi, bensì in moneta guadagnata); queste grandi industrie danno lavoro a migliaia di dipendenti in Stati diversi, ma la maggior parte dei profitti realizzati va a vantaggio del Paese in cui si trova la sede principale (che di solito è un Paese dell’area più industrializzata).
Le industrie di medie e piccoli dimensioni hanno un numero minore di dipendenti, i loro prodotti hanno una distribuzione più limitata (cioè non vengono venduti in tutto il mondo o in molti Paesi) e si trovano in tutti gli Stati europei.

Un’industria di medie dimensioni (produce caldaie) a Nantes (Francia)

Per quanto riguarda i materiali usati si distinguono gli impianti di base dalle industrie di trasformazione.
Gli impianti di base (presenti negli Stati ricchi di materie prime) sono industrie nelle quali si producono le materie prime utilizzate dalle altre industrie; a volte gli impianti di base attuano una prima trasformazione delle materie prime, producendo i cosiddetti semilavorati. Sono impianti di base
-         le industrie petrolchimiche, che producono materie plastiche in granuli
-         i cementifici, che producono cemento dall’argilla e dal calcare
-         le raffinerie, che usano il petrolio greggio per produrre benzina, nafta, cherosene
-         le siderurgie, che usano i minerali di ferro per produrre lamiere e tubi d’acciaio

Le industrie di trasformazione usano le materie prime prodotte o semilavorate dagli impianti di base, per ottenerne prodotti di qualunque tipo (vedi la tabella precedente). A volte il prodotto così ottenuto è finito e può essere venduto: ad esempio un’industria alimentare che produce la scatola di pasta, la bottiglia dell’olio, il vasetto di yogurt.
Altre volte il prodotto ha bisogno di un’ulteriore trasformazione prima di essere commercializzato: ad esempio l’industria tessile che produce una stoffa, che poi un’industria dell’abbigliamento trasforma in pantaloni, cappotti, maglioni.

Per quanto riguarda le tecniche di produzione si distinguono le industrie tradizionali da quelle ad alta tecnologia.
Per industrie tradizionali si intendono quelle industrie che esistono da molto tempo e che producono oggetti entrati ampiamente nella vita quotidiana: le industrie dell’abbigliamento, alimentari, chimiche, meccaniche eccetera sono tutte tradizionali ed usano una tecnologia ormai consolidata, anche se bisognosa di continui ammodernamenti.
Le industrie ad alta tecnologia sono quelle innovative nei macchinari usati, ma anche nei prodotti che vengono studiati e realizzati: i settori aerospaziali, informatico, delle biotecnologie, dei treni ad alta velocità, dei robot, laser, fibre ottiche, satelliti, fanno tutti parte delle industrie ad alta tecnologia.

Industrie nei Paesi Bassi

IL PAESAGGIO INDUSTRIALE

Fin dal Settecento la nascita delle industrie in Inghilterra ha comportato la costruzione di fabbriche, ossia di grandi edifici, che hanno profondamente trasformato il paesaggio.
Le fabbriche sorgevano inizialmente in maniera caotica, anche all’interno delle città, ovunque ci fosse dello spazio a disposizione; poi con il tempo si cercò di costruirle vicino ad una miniera di carbone e nei pressi di un corso d’acqua, da poter usare per il trasporto di materie prime e merci. In seguito all’invenzione della locomotiva, le ferrovie poterono sostituire le imbarcazioni per lo stesso scopo. Frequentemente attorno alle fabbriche venivano costruite le case degli operai: si formavano così dei quartieri industriali, molte volte piuttosto degradati, là dove da secoli esistevano campi o foreste.

Una città industriale del XIX secolo

Attorno alla metà del XX secolo per i lavoratori delle industrie vennero costruiti dei quartieri operai, spesso fatti di grandi palazzi anonimi e tutti uguali, nelle periferie delle città; raramente i quartieri operai erano armoniosi e dotati di verde e di servizi.

Il distretto di Partizánske (in Slovacchia) è nato nel 1938-1939 per gli operai che lavoravano
in una locale fabbrica di scarpe

Oggi le abitazioni degli operai e di tutti coloro che lavorano nelle industrie non sorgono necessariamente vicino alle fabbriche, dato che si preferisce abitare in un centro urbano possibilmente tranquillo. Invece per le industrie vere e proprie, o per i laboratori artigianali, si costruiscono le cosiddette zone industriali, in apposite aree lontane dai centri abitati, formate da lunghe file di capannoni, disposti in serie l’uno accanto all’altro, ognuno con il piazzale per la sosta e la manovra degli autocarri che caricano e scaricano le merci e con il parcheggio per le vetture dei dipendenti. All’esterno di questi capannoni possono esserci delle cisterne per le materie prime e dei tubi metallici per la lavorazione. Il capannone è sempre circondato e protetto da un muro di cinta o da una recinzione metallica.

Zona industriale nella Pianura Padana (Italia)

Diverso è il paesaggio formato dagli impianti di base, che sorgono spesso all’estrema periferia della città o lungo le coste.
L’esterno è visibile da molto lontano, perché è formato da torri metalliche anche molto alte, da cisterne e da depositi, collegati tra loro da fasci di tubi di tutte le dimensioni e molto lunghi. Poiché l’impianto di base funziona a ciclo continuo, 24 ore al giorno, di notte l’esterno viene illuminato da migliaia di lampade, che rendono ancor più evidenti i fumi e i vapori scaricati nell’atmosfera.

Fabbriche in riva alla Senna a Rouen (Francia)

Tutto attorno asfalto e cemento si estendono per chilometri: strade che portano negli stabilimenti i camion con le merci e i dipendenti con la propria vettura o con i mezzi pubblici, piazzali per le merci, depositi e magazzini, parcheggi, circondano queste industrie, che sembrano delle moderne cattedrali, vaste, rumorose e inquinate.

In molte parti d’Europa si trovano aree industriali dismesse: a volte esse vengono lasciate in abbandono, con gli edifici cadenti e le tubature arrugginite; altre volte vengono recuperate e salvaguardate, o per farne in uso diverso, oppure come esempi di archeologia industriale e quindi trasformate in musei all’aperto, in ricordo di un’attività che ha interessato milioni di individui e che è cambiata enormemente nel giro di qualche decennio.

Industria abbandonata in Sardegna (Italia)
Crespi d’Adda (Lombardia – Italia)
Un esempio di archeologia industriale divenuto patrimonio dell’Unesco

sabato 13 settembre 2014

24 Le attività estrattive


LE ATTIVITÀ ESTRATTIVE

Le attività legate all’estrazione delle materie prime vengono da alcuni classificate come appartenenti al settore secondario, in quanto le materie prime vengono utilizzate principalmente dalle industrie. Si tratta però di attività che ricavano un prodotto dalla natura e per questo noi le inseriamo tra le attività del settore primario.
In Europa la produzione mineraria è modesta, soprattutto se rapportata al grande fabbisogno di materie prime del nostro continente, che è molto industrializzato.
Sono abbastanza numerose le miniere di ferro, uno dei primi metalli che l’uomo ha imparato a lavorare oltre 3.000 anni fa. Non essendo raro, il ferro ha costi relativamente bassi rispetto ad altri metalli; inoltre può essere lavorato facilmente e questo fa sì che venga utilizzato per ricavarne una grande varietà di prodotti: moltissimi macchinari industriali, le automobili e in generale i mezzi di trasporto, gli elettrodomestici e tantissimi utensili usati ogni giorno sono in ferro o in leghe che contengono ferro (una lega è un materiale ottenuto fondendo un metallo con altri elementi). Tra le leghe principali vi è l’acciaio, una lega di ferro e carbonio molto resistente. In Europa si estrae il 5% del totale mondiale di ferro; i massimi produttori europei sono la Russia, l’Ucraina e la Svezia.

Una famiglia al lavoro in una miniera di ferro sugli Urali nel 1910

Un minerale discretamente presente in Europa (il 12% della produzione mondiale è del nostro continente) è la bauxite, da cui si ricava l’alluminio, un metallo leggero e malleabile che ha moltissimi usi, dai trasporti all’edilizia. La bauxite si trova principalmente in Grecia, in Russia, in Ungheria e in Francia (la bauxite prende nome proprio da una località francese, Les-Baux-de-Provence, dove nel 1822 sono state aperte le prime miniere per l’estrazione di questa roccia).

Miniera di bauxite in Grecia

In Spagna, in Slovenia e in Finlandia dal cinabro si estrae il mercurio (circa il 25% della produzione mondiale), utilizzato – anche se meno rispetto a qualche tempo fa – in medicina.

Altri minerali presenti in Europa sono:
-          il rame (in Polonia, Finlandia, Portogallo e Regno Unito), utilizzato nell’industria elettrica, elettronica e nella costruzione di macchinari;
-          il piombo (in Bulgaria, Repubblica Ceca e Svezia) molto usato per pile, batterie, rivestimenti, tubature;
-          il cromo, usato nell’industria chimica e in quella metallurgica:
-          il cobalto, un elemento impiegato per leghe usate nei motori di aerei e nell’industria chimica.
In alcuni Paesi europei si trovano anche zinco, argento e manganese.

Le miniere di Rammelsberg a Goslar (Germania): chiuse nel 1988, queste miniere
in cui si estraevano rame, argento e piombo sono ora divenute un Museo e un sito considerato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco

In Italia molti giacimenti minerari un tempo produttivi sono oggi esauriti o non più sfruttati (si pensi alle zolfatare siciliane, che producevano nel XIX secolo fino ai 4/5 dello zolfo mondiale), ma è piuttosto attiva l’estrazione dei minerali di cava, cioè sabbia, ghiaia, marmo, granito e altri, impiegati nell’edilizia.

Nelle miniere di zolfo siciliane erano impiegati molti ragazzi e bambini, chiamati carusi,
come quelli di questa foto

Cava di marmo sulle Alpi Apuane (Italia)

L’industria elettronica, la cui importanza è in continuo aumento, richiede nuove materie prime (il gallio, l’indio, il renio, il selenio, il germanio), che in certi casi sono dei sottoprodotti di metalli presenti in Europa (per esempio il selenio e il germanio si ricavano dal rame), in altri casi si trovano solo in Stati extraeuropei.
Va ricordata, inoltre, un’altra attività estrattiva praticata in alcuni Paesi europei, quali l’Italia, la Spagna e la Francia: quella del sale. Poiché l’acqua marina è salata, se la si mette in vasche poco profonde (le saline) e la si lascia evaporare al sole, sul fondo delle vasche rimane il sale, che viene poi raccolto e raffinato dalle impurità, per avere il cloruro di sodio, cioè il sale da cucina.

Le saline di Aigues-Mortes (Francia)

Un discorso a parte va fatto per i combustibili fossili impiegati come fonti di energia, principalmente dalle industrie ma anche dai comuni cittadini: carbone, petrolio e gas. Si tratta di materiali che si sono formati nel sottosuolo (ma non ovunque) in milioni di anni e che perciò sono detti “non rinnovabili”, in quanto prima o poi si esauriranno e per averne ancora dovremmo aspettare… milioni di anni!
Per esempio il carbone (il più presente in Europa) è un combustibile nato dalla trasformazione di sostanze vegetali. I grandi movimenti della crosta terrestre hanno seppellito intere foreste e sotto terra, in assenza di aria, le sostanze contenute nei tronchi e nelle foglie (lignina, cellulosa, resina) si sono trasformate: l’idrogeno e l’ossigeno, presenti in tutti gli organismi viventi, si sono ridotti, mentre il carbonio, anch’esso presente in tutti gli organismi viventi, è aumentato.
Nei giacimenti di carbone più antichi, formatisi centinaia di milioni di anni fa, la percentuale di carbonio è altissima (oltre il 90%): si hanno perciò i carboni più pregiati, come l’antracite. Nei giacimenti recenti, che hanno pochi milioni di anni, si trovano carboni meno pregiati, che perciò danno meno calore, come la torba, composta dal 59% di carbonio e dal 33 % di ossigeno.
Lo sfruttamento del carbone ebbe un grande sviluppo nell’Inghilterra del secolo XVIII, quando la Prima rivoluzione industriale impiegò la macchina a vapore, che funzionava appunto a carbone; non è un caso se le prime concentrazioni industriali si formarono proprio attorno alle zone carbonifere più ricche, come l’Inghilterra centrale e la valle del fiume Ruhr in Germania.

Miniera di carbone in Inghilterra

Oggi il carbon fossile è presente soprattutto nel sottosuolo del Regno Unito (Inghilterra e Galles in particolare), del Belgio, della Francia, della Germania, della Slesia (la regione tra Polonia e Repubblica Ceca) e dell’Ucraina. Però l’uso del carbone è in declino, non solo perché i giacimenti si stanno esaurendo, ma anche perché l’estrazione richiede molto lavoro ed è meno redditizia di quella del petrolio.

Macchine per l’estrazione del carbone in una miniera in Germania

Il petrolio è un combustibile costituito da idrocarburi (composti da carbonio ed idrogeno): nel petrolio il carbonio è presente in una percentuale variabile dall’80 all’89%.
In Europa non ci sono molte riserve di petrolio, perciò, per far fronte alle nostre necessità, siamo costretti a importare questo combustibile dai Paesi produttori più vicini, ossia l’Africa del Nord e l’Asia occidentale. Gli unici giacimenti europei di una certa consistenza si trovano sul Mar Caspio e nel Mare del Nord, dove “l’oro nero” (come viene chiamato questo combustibile) viene estratto mediante delle piattaforme galleggianti nell’oceano.

Una piattaforma oceanica nel Mare del Nord

L’estrazione del petrolio è meno costosa di quella del carbone: non occorre infatti che degli uomini scendano in profondità nel sottosuolo, perché potenti macchine trivellatrici sono in grado di perforare il terreno e scavare un pozzo, attraverso il quale una pompa estrae il petrolio.
Appena estratto è ancora petrolio greggio (cioè non lavorato) e necessita di essere raffinato: con la raffinazione vengono eliminate le sostanze che impediscono l’utilizzo del petrolio come combustibile. Questa operazione si fa o direttamente sul posto, oppure sul luogo di destinazione del greggio.

Una raffineria di petrolio in Germania, da cui partono i tubi di un oleodotto

Un’altra fonte di energia importante per l’Europa, dato che si trova in diversi Stati del continente, è rappresentata dai gas naturali: essi sono formati da idrocarburi, tra cui soprattutto il metano, e si trovano a volte associati a giacimenti di petrolio. Per il trasporto del gas sono state costruite grandi condutture, chiamate gasdotti, che possono essere terrestri o sottomarine: i gasdotti terrestri sono interrati a circa un metro di profondità nelle aree popolate, oppure collocati a terra nelle aree desertiche o dove il terreno è troppo duro da scavare (per esempio nelle aree gelate dal permafrost). Il maggior produttore europeo di metano è la Russia (che ne possiede giacimenti soprattutto nella sua parte asiatica); anche l’Italia ha giacimenti di metano, principalmente nel Mar Adriatico e nel Mar Ionio.

Gasdotto in Slovacchia

Se il metano è poco inquinante e per questo viene preferito (per il riscaldamento e l’alimentazione dei fornelli da cucina) per essere impiegato nelle industrie e nelle case, non si può dire lo stesso per gli altri due combustibili di cui si è parlato: l’estrazione e la combustione di carbone e petrolio hanno gravi conseguenze sulla salute umana e sull’ambiente.
Nelle miniere di carbone è alto il rischio di incidenti, spesso mortali, soprattutto nelle miniere sotterranee (ricorda che esistono anche miniere in superficie, dette perciò “a cielo aperto”). Inoltre il lavoro nelle miniere di carbone provoca l’antracosi, una malattia incurabile dovuta all’inalazione (= introduzione nei polmoni attraverso le vie respiratorie) di polvere di carbone. Infine la combustione del carbone è fortemente inquinante, perché libera nell’aria sostanze dannose, che alterano il clima, favorendo l’effetto serra, avvelenano le acque, erodono gli edifici e si depositano nei polmoni, favorendo l’insorgere di malattie come il cancro.

Minatore in una miniera di carbone in Spagna

Anche l’uso del petrolio ha conseguenze negative sull’ambiente. Durante l’estrazione dai giacimenti sottomarini e durante il trasporto mediante le navi petroliere si possono verificare incidenti con perdite di materiale dagli effetti distruttivi. Per ridurre i rischi sono stati costruiti grandi porti attrezzati per ospitare le petroliere, in modo da evitare l’inquinamento che si verificava quando il petrolio veniva caricato e scaricato dalle navi. Oppure sono stati costruiti gli oleodotti (= condutture per il trasporto del petrolio) che collegano i luoghi di produzione alle raffinerie. Anche con questi sistemi, però, i rischi di incidenti rimangono.

Inquinamento da fuoriuscita di petrolio da un oleodotto in Russia
(testimonianza fotografica di Greenpeace)

Inoltre la combustione del carbone e del petrolio (e dei loro derivati, come la benzina usata dalle automobili) e la stessa raffinazione del petrolio sono responsabili della presenza nell’atmosfera di numerosi elementi inquinanti.
Per questo nei Paesi più sviluppati si ricorre (o si cerca di ricorrere) a fonti di energia alternative; ma di questo parleremo in una prossima lezione.