mercoledì 16 luglio 2014

17 La popolazione europea



LA POPOLAZIONE EUROPEA

Con il termine popolazione si intende l’insieme delle persone che vivono in un luogo: un paese, una città, una regione, uno stato, un continente.
Lo studio della popolazione in un dato luogo si chiama demografia (dal greco demos = popolo e grafia = scrittura e quindi descrizione). La demografia si occupa non solo dello studio quantitativo della popolazione, verificando le variazioni nel numero delle persone che abitano un dato luogo e che è dovuto alle nascite e alle morti o agli spostamenti (emigrazioni o immigrazioni), ma anche dei caratteri che una popolazione ha in un determinato momento: la composizione per età, per provenienza, per lavoro svolto, per caratteristiche etniche o culturali.

    Gente di ogni tipo in una via di Londra

In questa lezione osserveremo la composizione e alcuni di questi caratteri, relativamente alla popolazione europea.

L’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA IN EUROPA

Un primo dato interessante nello studio della popolazione europea è la sua evoluzione demografica. Osserva l’immagine seguente:


Il grafico ci dà alcune informazioni importanti:
-         la popolazione europea negli ultimi 2.000 anni si è generalmente incrementata (cioè è aumentata) secolo dopo secolo;
-         solo in due periodi c’è stato un decremento (cioè un calo): un primo momento tra il 400 e il 600 (cioè tra la fine dell’Età Antica e l’inizio del Medioevo), quando l’Europa venne invasa dai popoli germanici che fecero crollare l’Impero romano d’Occidente; un secondo momento nel XIV secolo, quando le pestilenze (in particolare quella del 1348) provocarono milioni di morti;
-         l’incremento demografico europeo è stato particolarmente evidente a partire dal 1800, a causa del miglioramento delle condizioni generali di vita (dovuto all’aumento della produzione agricola e allo sviluppo dell’industria) e per merito dei progressi medici, che provocarono un calo della mortalità infantile e riuscirono a curare molte malattie prima mortali.
Osserviamo alcuni dati demografici: l’Europa verso il 1750 aveva 140 milioni di abitanti; 100 anni dopo, nel 1850, ne aveva 270, 50 anni dopo, nel 1900, quasi 400; nel 2000 la popolazione europea era di più di 730 milioni di abitanti, con un incremento in un secolo dell’82%.
Questo incremento è decisamente notevole, però assume un altro significato se lo confrontiamo con l’incremento che si è registrato nello stesso periodo in tutto il mondo e che è stato del 300%.
Perché la popolazione europea nel XX secolo è cresciuta meno che nel resto del mondo?
La causa principale sta nel calo delle nascite, che è in atto da alcuni decenni; infatti attualmente l’Europa è a crescita zero, cioè il numero dei nuovi nati è pari o inferiore a quello dei morti. In molti paesi europei la lenta crescita della popolazione deriva più dall’innalzamento della durata media della vita che dal numero delle nascite; l’innalzamento della durata media della vita degli europei è determinato dai grandi progressi della medicina e dalle migliori qualità della vita (l’alimentazione è più variata e più equilibrata, l’attività sportiva si è diffusa, l’igiene personale e ambientale è migliorata, malgrado alcune forme di inquinamento siano estremamente pericolose).

Oggi la maggior parte delle famiglie hanno un solo figlio o due
Oggi i ragazzi e i giovani fanno molto più sport che in passato

LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE IN EUROPA

Gli oltre 800 milioni di abitanti attuali dell’Europa (dati del 2011) vivono in un territorio di 10,5 milioni di km²: ciò determina una densità media della popolazione di 76 abitanti per km², che colloca per questo aspetto il nostro continente al secondo posto nel mondo, dopo l’Asia.

Naturalmente la distribuzione della popolazione europea sul territorio non è – come ovunque – uniforme. Infatti a determinare tale distribuzione concorrono diversi fattori:
-         le caratteristiche del territorio (infatti le pianure sono più popolate delle montagne, oppure le zone costiere lo sono più di quelle interne);


    Il paesino montano di Ernen (Svizzera)
La cittadina di campagna di Castelfranco Veneto (Italia)

-         le condizioni climatiche (infatti le zone dal clima mite sono preferite a quelle con climi estremi, molto freddi o molto caldi, o con scarsità di precipitazioni);

Alnö, nella Svezia centrale
 
Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi in Grecia

-         lo sviluppo economico (infatti le persone si spostano facilmente dove le risorse agricole sono più abbondanti o dove lo sviluppo industriale offre lavoro);

Paesaggio industrializzato della Ruhr (Germania); le industrie attirano le persone, perché vi possono trovare lavoro
La Meseta spagnola: qui difficilmente le persone vengono per lavorare

-         le caratteristiche storiche (infatti la popolazione è maggiore nelle aree che hanno permesso da secoli, se non da millenni, l’insediamento umano – purché non siano cambiati nel tempo i 3 fattori precedenti).

Veduta aerea di Roma (Lazio): la sua storia millenaria ne fa ancora oggi una grande città
Luni (Liguria) è uno dei tanti casi di città prospere un tempo ed oggi ridotte a rovine storiche


Questi diversi fattori spiegano la distribuzione attuale della popolazione in Europa, che puoi osservare nell’immagine seguente.


Puoi notare che l’area più popolata è quella che va dalla Gran Bretagna all’Italia, passando per il Benelux (termine un po’ desueto con cui si indica la regione formata da Belgio, Olanda, Lussemburgo), la Francia nord-orientale, la Germania, la Polonia meridionale e la Boemia, una regione della Repubblica Ceca.
Ci sono altre zone densamente popolate (per esempio le coste della Penisola Iberica, o l’area lungo il Danubio), ma la cartina mostra chiaramente la diminuzione di popolazione nel Nord europeo (a causa delle temperature più basse), nell’area compresa tra Mar nero e Mar Caspio (per la forte aridità) e nell’arco alpino (per la presenza proprio delle Alpi).


L’ETÀ DELLE PERSONE

La popolazione di un Paese è formata da persone di tutte le età: neonati, bambini, ragazzi, adulti, anziani oltre i 65 anni.
Si chiama classe di età l’insieme di tutte le persone che sono nate nello stesso anno solare: ad esempio tutti gli adulti (maschi e femmine) nati nel 1980 appartengono alla stessa classe di età.
Si chiama generazione l’insieme delle persone che hanno un’età compresa in un certo intervallo di tempo, generalmente 25 anni, ma anche meno: è quell’intervallo di tempo che una persona impiega generalmente dal momento in cui nasce al momento in cui genera figli. In Europa questo intervallo è di circa 30 anni, mentre nei paesi più poveri si abbassa anche sotto i 20 anni, perché qui si generano figli a un’età inferiore. Normalmente una famiglia è composta da 3 generazioni: figli, genitori, nonni. L’innalzamento dell’età media delle persone fa sì che a volte una famiglia comprenda anche la generazione dei bisnonni.

        Neonati                                                                  Giovani
                           Adulti                                                                         Anziani

La categoria dei figli (o dei giovani) comprende in generale le persone dal momento della nascita al compimento dei 18 anni; comprende, cioè, i neonati, i bambini del primo ciclo di istruzione, gli adolescenti che adempiono agli obblighi scolastici e si preparano ad entrare nel mondo degli adulti (possono cioè per legge votare, guidare l’automobile, aprire un conto personale in banca, disporre di un’eredità, sposarsi senza chiedere il permesso ai genitori, ecc.).
Nei Paesi cosiddetti occidentali (ad esempio quelli che fanno parte del’Unione Europea) il numero dei giovani è in diminuzione, perché il tasso di fecondità (cioè il numero di bambini che una donna mette al mondo) è compreso fra 1 e 2. È la cosiddetta crescita zero, di cui abbiamo già parlato; essa sarebbe ancora più evidente, se non fosse per la presenza dei cittadini immigrati dal Terzo Mondo, il cui tasso di fecondità è superiore (in media più di 3 figli per donna).

    Bambini a scuola

La categoria degli adulti è la più numerosa, perché va dai 18 ai 65 anni. Comprende, pertanto, quei giovani che completano il ciclo degli studi dopo le scuole superiori, frequentando l’università, o che si formano professionalmente per svolgere un lavoro o che entrano direttamente nel mondo del lavoro, dopo aver completato gli studi obbligatori (qualcuno anche prima). Tutti coloro che iniziano un lavoro lo praticano fino ai 65 anni, quando inizia l’età della pensione (che però è variabile a seconda degli Stati o delle professioni svolte).
L’età adulta è quella in cui si è alla ricerca del partner, ci si riproduce e si forma una famiglia. Rispetto al passato le cose oggi sono un po’ cambiate; infatti, mentre un tempo ci si sposava molto giovani e all’interno della famiglia i ruoli erano piuttosto distinti (l’uomo lavorava e la donna rimaneva a casa ad accudire i figli), oggi ci si sposa ad un’età più avanzata o non ci si sposa affatto, e sia l’uomo sia la donna normalmente lavorano. Inoltre sono in aumento le convivenze tra persone che hanno scelto di non sancire la loro unione con un matrimonio: sono le cosiddette unioni civili – anche tra persone dello stesso sesso – che non tutti i Paesi regolano con leggi adeguate e paritarie rispetto a chi ha contratto un matrimonio legale.
Questo innalzamento dell’età in cui ci si sposa (diffuso in tutta l’Europa) è dovuto alle difficoltà che i giovani adulti d’oggi incontrano nel trovare lavoro e quindi nell’ottenere quell’indipendenza economica, che permette di fare progetti di vita, tra cui sposarsi e avere dei figli.

Un operaio lavora in una fabbrica della FIAT in Polonia

La categoria degli anziani (le persone oltre i 65 anni) è in aumento, perché oggi si vive più a lungo: l’età media di una donna è di 84,6 anni, di un uomo 79,8 [dati 2013]. Questo è dovuto al miglioramento delle condizioni di vita: le persone hanno un maggiore e migliore accesso al cibo, hanno più cura per l’igiene personale, possono contare sui continui progressi medici, che hanno debellato alcune malattie e ridotto la mortalità.
L’aumento della popolazione anziana sta creando una serie di problemi (ma anche di opportunità), che non tutti i Paesi europei sanno gestire adeguatamente. Gli anziani sono più soggetti all’indebolimento fisico ed hanno maggiori necessità di cure mediche. Spesso hanno bisogno di assistenza quotidiana e molti figli non riescono a dargliela, perciò si rivolgono a persone estranee alla famiglia (in Italia si fa largo ricorso a immigrati provenienti dall’Est europeo o dal Sud America)  oppure a istituti privati (le case di riposo). Gli anziani, inoltre, riscuotono una pensione e molti Stati si trovano in difficoltà nel corrisponderle a chi ne ha diritto e vedono perciò aumentare il loro debito pubblico.

Donne anziane in una casa di riposo

La statistica usa per descrivere le persone di un Paese un grafico particolare, chiamato piramide della popolazione (o piramide dell’età): esso distingue la popolazione in maschi e femmine, che vengono raggruppati di solito per intervalli di 5 anni. È chiamato piramide della popolazione, perché un tempo (ma ancora oggi nei paesi meno sviluppati economicamente) esso assumeva proprio una forma piramidale, in quanto a mano a mano che l’età delle persone aumenta, la percentuale sul totale della popolazione diminuisce; in pratica la popolazione era (o è) composta più da neonati-bambini-ragazzi che da adulti-anziani.
Lo puoi vedere osservando il grafico della popolazione italiana nel 1861 (l’anno in cui l’Italia venne unificata e si tenne il primo censimento della popolazione – un’indagine statistica che ancora si ripete ogni 10 anni):


Oggi nei Paesi europei più sviluppati il grafico della popolazione non assomiglia più a una piramide, ma piuttosto a una botte (puoi vederlo nel grafico successivo, relativo alla popolazione italiana nel 2011): ciò dipende dal fatto che il numero dei bambini è diminuito, mentre è aumentato quello degli adulti. È sempre una conseguenza del fatto che le nascite sono diminuite e la vita media si è allungata.


EMIGRAZIONE E IMMIGRAZIONE IN EUROPA

L’Europa è popolata da persone di ogni etnia, provenienti da ogni parte del mondo; d’altra parte in tutti i continenti vivono e lavorano europei. Negli ultimi 500 anni milioni di Europei hanno lasciato il nostro continente, per andare a stabilirsi prima in America, poi in Asia e Oceania, dove oggi vivono i loro discendenti.
A parte il fenomeno della colonizzazione europea nel resto del mondo (che merita un discorso ampio, di carattere eminentemente storico), l’emigrazione europea in tempi più recenti (tra la metà del secolo XIX e la metà del XX) ha avuto delle caratteristiche particolari.
In primo luogo molti europei emigrarono in America o in Oceania non come colonizzatori, ma come veri e propri migranti, che, provenendo da zone povere o in cui il lavoro scarseggiava, cercavano luoghi che offrissero migliori possibilità di vita. Il fenomeno interessò fortemente l’Italia, da cui – tra il 1881 e il 1981 – 26 milioni di persone partirono verso l’Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti soprattutto, ma anche verso il Canada e l’Australia.

Una famiglia di emigranti a New York nel 1900

In secondo luogo l’Europa conobbe anche una migrazione interna, ossia molti europei si spostarono dai Paesi più poveri verso quelli più ricchi, in particolare Francia, Svizzera, Regno Unito, Belgio e Germania. In Italia, inoltre, si ebbe un forte flusso migratorio (a partire dalla fine dell’Ottocento) dalla campagna e dalla montagna verso la città e un flusso ancora più massiccio (negli anni ’50 e ’60 del Novecento) dalle regioni dell’Italia meridionale verso quelle settentrionali, in particolare verso il cosiddetto triangolo industriale (Torino – Milano – Genova), dove le industrie in piena espansione richiedevano manodopera.

Emigranti dell’Italia meridionale arrivano alla Stazione di Porta Nuova a Torino negli anni ‘60

Oggi l’Europa non è quasi più terra di emigranti; al contrario è diventata terra di immigrati, soprattutto dall’Africa e dall’Asia. In Germania, Svizzera, Francia e Regno Unito questo fenomeno è cominciato già negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, mentre in Paesi come l’Italia è più recente e ancora non ben assimilato. In realtà negli ultimi anni problemi di incomprensione e di intolleranza tra immigrati e popolazione locale sono presenti in molti Stati europei. Se i lavoratori stranieri sono inoltre diversi per abitudini, mentalità, religione o “razza” dalla popolazione autoctona del paese in cui vivono, si creano – soprattutto nei periodi di crisi economica – fenomeni di xenofobia (cioè di odio estremo per tutto ciò che è straniero) e di razzismo (cioè di odio e violenza verso gli appartenenti ad un’altra “razza”), appoggiati in molti Stati da partiti politici che hanno programmi fortemente ostili nei confronti degli stranieri. Questi fenomeni rendono difficile il rapporto tra la comunità originaria del luogo e quella degli immigrati, che diventa di reciproca diffidenza e a volte di violenza; per non parlare dello sfruttamento a cui spesso gli immigrati sono soggetti, da quando partono dal loro paese e arrivano in Europa in condizioni disumane, spesso lasciandosi dietro centinaia di morti mentre cercano di attraversare il deserto africano o il Mar Mediterraneo, fino a quando, se riescono a trovare un lavoro, vengono sottopagati e non hanno tutti i diritti che spetterebbero a loro, come a qualsiasi cittadino europeo. La realizzazione, in questo modo, di una società multirazziale e multiculturale viene ostacolata e tuttavia essa si va diffondendo comunque in tutta l’Europa.

Un barcone di migranti africani nel Mar Mediterraneo

Raccolta di arance in Calabria (a sinistra) e di  pomodori in Francia


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