lunedì 31 luglio 2017

51 La popolazione mondiale: le città


in preparazione

50 La popolazione mondiale: la distribuzione della popolazione


La popolazione umana non è distribuita in modo uniforme sulla superficie della terra: vi sono aree a bassissima densità di popolazione, se non completamente spopolate, quali l’Antartide, ed altre in cui vi è una fortissima concentrazione di abitanti, in particolare nell’Europa centro-occidentale e nell’Asia orientale.


Nonostante i progressi tecnici che rendono possibile la vita umana anche in condizioni ambientali sfavorevoli, i popoli continuano a preferire le regioni più favorevoli, che corrispondono alle aree storiche di insediamento. Perciò le regioni più densamente popolate sono quelle dove il clima è temperato o caldo, o dove le precipitazioni, i fiumi e i laghi forniscono una quantità d’acqua sufficiente per gli usi agricoli, industriale e domestici, o dove il suolo è abbastanza fertile da permettere la coltivazione e il pascolo, o lungo le fasce costiere che hanno permesso di sviluppare il commercio e la pesca (non a caso il 75% della popolazione mondiale vive a meno di 500 chilometri dal mare), o ancora dove non vi sono ostacoli alle comunicazioni.

Folla in una città del Vietnam. Tutto il sud-est asiatico è densamente popolato, proprio per i fattori elencati più sopra

L’insieme di questi fattori spiega alcune caratteristiche dell’attuale distribuzione della popolazione: ad esempio nelle zone temperate la densità è maggiore in pianura, dove il terreno è più fertile e il clima meno rigido (il 60% della popolazione vive entro i 200 metri di altitudine sul livello del mare), mentre nelle zone equatoriali troviamo spesso una densità maggiore in montagna, anche fino a 3.000 metri, perché in pianura il clima è eccessivamente caldo, i suoli, ricoperti dalla foresta equatoriale, sono poco fertili e a quote più alte non vivono molti agenti portatori di malattie, come per esempio la zanzara causa della malaria.

La città di Iringa, in Tanzania, sorge a più di 1.500 metri s.l.m.

Dove invece le condizioni sono meno favorevoli, la densità è molto bassa, ma nessuna area abitabile è del tutto priva di insediamenti: persino in regioni molto inospitali, quali le coste dell’Artico o il deserto del Sahara, vivono alcune popolazioni.
Anche le vicende storiche e lo sviluppo economico hanno modificato la distribuzione della popolazione, portando spesso a concentrazioni demografiche in alcune regioni, in particolare in quelle più ricche, che sono sempre state meta di immigrazione.

Veduta notturna della valle del Nilo e della Mesopotamia dalla Stazione Spaziale Internazionale (2016). Le due regioni sono alla base della civiltà umana, proprio perché qui si sono formati primi insediamenti umani stabili

Gli insediamenti umani sulla Terra sono molto diversi a seconda delle caratteristiche delle regioni in cui si sono sviluppati e delle vicende storiche. Possiamo distinguere tre forme di popolamento: nomade, rurale e urbano.
Le popolazioni che vivono in regioni in cui le risorse naturali sono scarse, quali i deserti, le steppe aride e la tundra, ma anche la foresta equatoriale, sono per lo più nomadi (o seminomadi) e quindi si spostano nel corso dell’anno o dopo un certo numero di anni di permanenza in un territorio. Le popolazioni di cacciatori e di pastori, quali i mongoli della tundra asiatica, i lapponi della tundra europea o gli esquimesi della tundra nord-americana, hanno sedi invernali e sedi estive, poste vicino ai pascoli delle loro mandrie o nelle aree frequentate dagli animali selvatici. Essi si trasferiscono dalle sedi invernali a quelle estive e a volte vi sono sedi provvisorie, abitate nelle stagioni intermedie. Queste popolazioni possono vivere, soprattutto nel periodo invernale, in villaggi stabili con abitazioni in legno o in muratura, ma molte hanno abitazioni che possono essere smontate e trasportate, come le tende degli indiani d’America e dei tuareg, che vivono nel deserto africano, o come la yurta, una grande tenda cilindrica con copertura a calotta, dei mongoli asiatici.

Una yurta mongola

Anche le popolazioni della foresta equatoriale sono nomadi: alcune, come gli yanomami dell’Amazzonia, vivono per un certo numero di anni in un villaggio, coltivando le terre vicine, poi, quando queste si sono esaurite, si trasferiscono alla ricerca di nuove terre. Ogni tribù però rimane sempre all’interno di un territorio ben definito. Altre popolazioni della foresta, che vivono di caccia e di raccolta, come i pigmei, si spostano con maggiore frequenza e costruiscono capanne molto semplici.

Pigmei Twa davanti alla loro semplicissima abitazione (Uganda)

Le popolazioni nomadi costituiscono una percentuale ridottissima della popolazione terrestre, assai meno dell’1%. Esse però vivono su aree abbastanza vaste, perché in un’area ristretta le risorse fornite dal territorio sarebbero insufficienti. Le loro terre, soprattutto nelle regioni ricoperte dalla foresta equatoriale, vengono spesso occupate da altre popolazioni alla ricerca di terreni per il pascolo o l’agricoltura, di minerali e di legname: così nella Nuova Guinea Occidentale le popolazioni locali vengono scacciate dalle loro terre, assegnate dal governo indonesiano a gruppi di immigrati provenienti da Giava.

Persone appartenenti a etnie marginali sulla Terra: da sinistra nella Nuova Guinea Occidentale, in Brasile e in Namibia. Queste popolazioni esercitano un grande fascino su noi occidentali, ma dimentichiamo facilmente che esse costituiscono una percentuale ridottissima dell’umanità

Le popolazioni che si dedicano principalmente all’agricoltura vivono soprattutto in villaggi di dimensioni più o meno grandi, o in case isolate sparse per la campagna. L’aspetto di questi villaggi cambia da regione a regione, in base ai materiali utilizzati, alla disposizione delle abitazioni, alle tecniche di costruzione, ai tipi di decorazioni, alla presenza di edifici di uso collettivo, quali il tempio o la sala delle riunioni: esiste un’estrema varietà di insediamenti rurali sulla superficie del nostro pianeta. Le foto seguenti te ne danno qualche parziale esempio.

Case sparse nella campagna irlandese

Casa rurale in Finlandia

Casa rurale in Russia

Casa rurale in Svizzera

Casa rurale in Grecia

Casa rurale negli Stati Uniti

Casa rurale a Cuba

Casa rurale in Colombia

Casa rurale in Brasile

Casa rurale in Marocco

Casa rurale in Nigeria

Casa rurale in Etiopia

Casa rurale in Sudafrica

Casa rurale in Cina

Casa rurale in Uzbekistan

Casa rurale in Nepal

Casa rurale in India

Casa rurale in Myanmar

Casa rurale in Australia

Casa rurale in Nuova Zelanda

Un’Airai Bai (ossia una tradizionale casa di ritrovo per gli uomini) nell'arcipelago delle Palau

Oggi vive in campagna meno del 50% della popolazione: nel 2006 infatti, per la prima volta nella storia, la popolazione delle città ha superato quella rurale. L’aumento della popolazione urbana è dovuto soprattutto alla forte crescita demografica negli ultimi decenni e al fatto che molti contadini migrano in massa dalle campagne alle città, dove sono migliori le possibilità lavorative e le condizioni di vita. In molte regioni dell’Africa, dell’America meridionale e dell’Asia la pratica dell’agricoltura non garantisce condizioni di vita adeguate, inoltre le grandi imprese straniere (europee o nord-americane) occupano le terre migliori e le coltivano con mezzi moderni, che richiedono una scarsa manodopera, oppure evitano la coltivazione dei campi, preferendo utilizzare le risorse del sottosuolo.
Sebbene l’aumento della popolazione urbana riguardi tutto il pianeta, vi sono ancora forti differenze tra Stati e regioni: ad esempio la popolazione rurale (secondo i dati della CIA del 2015) è del tutto assente in alcuni piccoli Stati formati da zone unicamente cittadine (come Città del Vaticano, Singapore, Hong Kong, Macao); è a livelli inferiori al 10% in Qatar (0,8%), Belgio (2,1), Uruguay (4,7), Giappone (6,5), Israele (7,9), Argentina (8,2); è tra il 10 e il 20% in Cile (10,5), Australia (10,6), Venezuela (11), Libano (12,2), Nuova Zelanda (13,7), Brasile (14,3), Arabia Saudita (16,9), Corea del Sud (17,5), Canada (18,2), gli Stati Uniti (18,4). In Russia è del 26%, in Italia del 31%, in Cina del 44,4%, in India del 67,3%, in Afghanistan del 73,3%, in Cambogia del 79,3%, in Etiopia dell’80,5%, in Papua Nuova Guinea dell’87%.

Cartina con la popolazione rurale nel 2015 sulla Terra








giovedì 27 luglio 2017

49 La popolazione mondiale: salute e istruzione


La precedente lezione su natalità e mortalità nel mondo e quindi sull’incremento demografico sulla Terra ha già evidenziato due fattori fondamentali con cui misurare il grado di sviluppo di uno Stato: la salute e l’istruzione.
La durata media della vita umana, spesso indicata come speranza di vita alla nascita, varia da regione a regione della terra. Nei paesi ricchi le persone vivono in media attorno agli 80 anni (secondo dati forniti dalla CIA per il 2014), anche se spesso vi è una notevole differenza fra la speranza di vita degli uomini, inferiore, e quella delle donne, superiore: in Giappone gli uomini vivono in media fino a 82 anni, le donne fino a quasi 89; in Nuova Zelanda gli uomini 78, le donne 82; negli Stati Uniti gli uomini 76, le donne 80.

Anziani a Osaka (Giappone)

Nei paesi del Terzo Mondo invece la speranza di vita è spesso inferiore a 60 anni, come avviene ad esempio in Costa d’Avorio (58,1) o nella Repubblica Democratica del Congo (56,5), ma può anche non raggiungere i 55 anni, come accade oggi in una ventina di paesi, quali il Burkina Faso (54,7), la Nigeria (52,6), la Somalia (51,5), l’Afghanistan (50,4), il Sudafrica (49,5), il Ciad (49,4). Le differenze nella speranza di vita dipendono dalle diverse situazioni di questi paesi.
Nelle regioni più ricche l’alimentazione è più che sufficiente, le condizioni igieniche sono soddisfacenti e l’assistenza sanitaria è più sviluppata; qui, ma anche in molte altre parti del pianeta, la mortalità è relativamente bassa, inferiore all’1%.

Il tasso di mortalità nel mondo: in colore azzurro dove è inferiore all’1%, in colori caldi dove supera l’1%

La mortalità nei paesi economicamente più sviluppati dipende soprattutto da alcune malattie (dette appunto “malattie del benessere”) che colpiscono prevalentemente le persone anziane, quali i tumori e i disturbi dell’apparato cardiocircolatorio. La sempre maggiore diffusione dei tumori viene collegata dai medici alle condizioni ambientali: in particolare l’inquinamento atmosferico è, con il fumo, una delle cause principali del cancro ai polmoni, mentre lo sviluppo di altre forme di tumore è favorito dalla presenza di sostanze dannose nel cibo. I disturbi dell’apparato cardiocircolatorio sono spesso provocati dai ritmi di vita della società industriale, che creano forti tensioni ed affaticano il cuore, ma sono anche favoriti da un’alimentazione sbagliata, troppo ricca di grassi, dall’inattività fisica, dall’uso di alcol e droghe.

Alcolisti russi e tossicodipendente europeo

Tipica malattia del benessere è l’obesità, che interessa circa 300 milioni di adulti nel mondo ed è in aumento tra adolescenti e bambini; la situazione è particolarmente preoccupante negli Stati Uniti, dove dal 1970 ad oggi il numero di obesi è quasi raddoppiato e interessa circa il 30% della popolazione. L’obesità porta con sé altre patologie, oltre a quelle cardiovascolari: ad esempio il diabete, assai diffuso nei paesi ricchi.

Un uomo obeso negli Stati Uniti

Nei paesi in cui la mortalità supera l’1% (tra gli Stati più sviluppati va notato soprattutto il caso della Russia), si verificano diverse situazioni, ma la più triste è quella dell’alimentazione insufficiente. Oggi la popolazione mondiale consuma mediamente 2.800 kilocalorie (cioè l’unità di misura del contenuto energetico dei cibi) al giorno per abitante, il che corrisponde a un livello sufficiente a garantire una corretta alimentazione. Purtroppo il dato medio nasconde la realtà dei fatti: nei paesi sviluppati il consumo di calorie è adeguato o addirittura eccessivo (in Francia è di 3.500 calorie, negli USA di 3.650), mentre nel terzo Mondo è spesso al di sotto della media mondiale.

Un negozio di alimentari in Canada: un normale consuetudine nei paesi industrializzati

Più di 800 milioni di persone sulla Terra soffrono oggi di denutrizione, cioè non hanno cibo a sufficienza (consumi inferiori alle 2.000 calorie) e la fame cronica provoca ogni anno milioni di morti. A queste persone vanno aggiunti i 2 miliardi di individui affetti da malnutrizione, ossia hanno un’alimentazione carente di alcune sostanze indispensabili per l’organismo umano (proteine, vitamine e sali minerali). Infatti in molti paesi poveri la popolazione si ciba quasi esclusivamente di cereali (come riso, frumento, mais, miglio, con cui si preparano pane, pasta, polenta o tortillas) che, pur essendo un alimento importante, sono privi delle proteine necessarie allo sviluppo del corpo umano, presenti invece nella carne e nei legumi.

Bambino denutrito nel Sudan del Sud

L’alimentazione insufficiente o squilibrata può provocare direttamente la morte ed in generale riduce le difese dell’organismo: nei bambini è causa di gravi malattie e diminuisce le capacità di studio e di lavoro, ossia è responsabile del mantenimento dei paesi poveri a livelli di sottosviluppo.
Anche la mancanza di acqua potabile e un’insufficiente assistenza medico-sanitaria provocano la diffusione di malattie nei paesi poveri: nel Terzo Mondo oltre un miliardo e 400 milioni di persone non hanno a disposizione acqua potabile e questo rende più difficile il rispetto delle norme igieniche e favorisce la diffusione di disturbi intestinali. Oggi l’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa e costosa, a causa dell’aumento dei consumi nei paesi ricchi, dell’inquinamento, dello spreco e della privatizzazione delle risorse idriche. Proprio intorno al possesso delle risorse idriche stanno scoppiando nuove controversie, come quella tra Israeliani e Palestinesi per il controllo dell’acqua del fiume Giordano, o quella che coinvolge Egitto ed Etiopia da una parte e Sudan e Uganda dall’altra per le acque del Nilo.

Tre ragazze caricano un mulo dell’acqua trovata nel deserto della Somalia: la ricerca dell’acqua è un’occupazione tipica delle donne nei paesi carenti di questo bene primario

L’assistenza medica è del tutto insufficiente, perché a causa della mancanza di fondi non vi sono medici, ospedali e medicine: circa un miliardo e mezzo di abitanti del Terzo Mondo non possono usufruire di un servizio sanitario nazionale. Nei paesi poverissimi si trova un medico ogni 10.000 abitanti, contro uno ogni 300 abitanti dei paesi ricchi. Nei paesi poveri sono ampiamente diffuse malattie che potrebbero essere curate con i medicinali a nostra disposizione (come il morbillo e la diarrea): mancano però i medicinali ed anche quando sono disponibili i loro costi sono troppo alti per la maggioranza della popolazione. A causa della mancanza di un’assistenza sanitaria adeguata, molti bambini non vengono vaccinati contro le principali malattie e là dove sono praticate in condizioni igieniche scadenti, le stesse vaccinazioni possono rappresentare un veicolo di infezione, perché viene più volte riutilizzato lo stesso ago, che può entrare in contatto con i virus presenti nel sangue di un bambino malato e trasmetterli ai bambini sani.

Un trentenne colpito da poliomielite in una strada di Karachi (Pakistan): la vaccinazione gli avrebbe permesso una vita migliore

Malattie infettive come la tubercolosi e la malaria (debellate nei paesi progrediti) affliggono ancora la popolazione dei paesi in via di sviluppo: gli organismi medici delle Nazioni Unite affermano che la mortalità per malaria potrebbe calare se soltanto le abitazioni fossero dotate di zanzariere, ma in molti Stati africani non sono disponibili nemmeno mezzi così semplici.
Molto alta è la mortalità legata all’Aids (2,4 milioni di vittime all’anno in Africa). Nigeria, Sudafrica e India sono i tre paesi nei quali la malattia ha provocato il maggior numero di morti; India, Kenya e Stati Uniti sono i tre paesi con il più alto numero di persone malate di Aids.
Nuove malattie e nuove pandemie minacciano periodicamente il mondo: come la SARS (sindrome acuta respiratoria grave), apparsa in Cina nel 2002 e identificata dal medico italiano Carlo Urbani; o come l’epidemia di virus Ebola che ha colpito nel 2014 l’Africa occidentale.

Murale informativo sul virus Ebola a Monrovia, capitale della Liberia

Se dal 1990 ad oggi la mortalità legata alla gravidanza e al parto è stata dimezzata nel mondo, essa è ancora diffusa in alcune regioni, in particolare quelle economicamente sottosviluppate: il tasso di mortalità materna che nei paesi industrializzati è mediamente di 12 decessi su 100.000 parti, sale a 500 nell’Africa a sud del Sahara. L’85% dei casi di morte per parto avvengono proprio nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale.

Tasso di mortalità materna nel mondo: esso è più alto dove il colore è più scuro

In questa situazione, in cui alla povertà si unisce anche la carenza sanitaria, vanno riconosciute e sostenute tutte quelle forme di volontariato medico che ci sono nel mondo: dall’italiana Emergency (fondata nel 1994 da Gino Strada e Teresa Sarti) a Medici Senza Frontiere (fondata a Parigi nel 1971 ed oggi diffusa internazionalmente), da Save the Children International a Bambini nel Deserto (fondata in Italia nel 2000) e a tante altre.

Medici di Emergency curano un bambino a Kabul (Afghanistan)

Negli ultimi decenni l’istruzione ha fatto molti passi in avanti nel mondo: il tasso mondiale di alfabetizzazione degli adulti è infatti passato dal 48% del 1970 al 72% del 2000 e all’82% nel 2015: in quasi tutti i paesi è aumentata la percentuale delle persone che frequentano le scuole e le università. Tuttavia gli analfabeti sono tuttora 775 milioni e vivono soprattutto in Africa e nell’Asia meridionale.
Anche nell’istruzione, quindi, si registrano grandi differenze tra i vari Stati. In quasi tutti i paesi industrializzati e anche in altri in via di sviluppo, infatti, il tasso di alfabetizzazione sfiora il 100%, mentre in alcuni dei paesi più poveri del mondo (in particolare nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale) l’analfabetismo interessa più del 50% della popolazione. Pur non avendo a disposizione dati sicuri e omogenei per anno di rilevamento, possiamo dire che l’analfabetismo è presente soprattutto in Afghanistan (72%), Burkina Faso e Niger (71), Mali (67), Ciad (65), Somalia (62), Etiopia (61), Guinea (59), Benin (58), Sierra Leone (57), Haiti (51). In uno stato ormai molto progredito come l’India gli analfabeti sono ancora il 37%.

Il tasso di alfabetizzazione nel mondo: esso è maggiore dove il colore è più scuro

Ci sono tuttavia paesi come Cuba, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Azerbaigian, la Corea del Nord in cui il tasso di alfabetizzazione ha raggiunto il 100% della popolazione, ed altri (Mongolia, Brasile, Ecuador, Cina, Vietnam) in cui supera il 90% della popolazione. Questo grazie a scelte precise compiute dai governi: ad esempio a Cuba e nella Corea del Nord l’istruzione è pubblica e gratuita fino al livello universitario ed è obbligatoria fino alla secondaria.

Una scuola infantile a Pyongyang (Corea del Nord): il ritratto del dittatore coreano alla parete evidenzia, purtroppo, che più che istruzione qui si sta facendo indottrinamento

All’interno di alcuni Stati vi sono significative differenze nel livello di istruzione: in Marocco, ad esempio, il tasso di analfabetismo è del 75% in campagna, mentre scende al 37% in città.
Ma ancora più significativa è la differenza tra sessi: i due terzi degli analfabeti sono donne, particolarmente discriminate ed escluse dalle scuole negli Stati più arretrati. Qui soltanto il 50% delle bambine finisce la scuola primaria e circa 39 milioni di ragazze di età compresa tra gli 11 e i 15 anni devono lasciare gli studi perché costrette al matrimonio, alla procreazione e agli impegni domestici e lavorativi.

Donne del Malawi: quante di esse avranno ricevuto un’istruzione adeguata?

In molti paesi avanzati esiste inoltre il problema dell’analfabetismo di ritorno, ossia la perdita della capacità di leggere e scrivere, dovuta alla mancanza di esercizio di queste abilità: in particolare, negli USA e nel Regno Unito colpisce il 20% della popolazione adulta delle classi meno abbienti, contro una media nazionale dello 0,5%.
Le differenze nei livelli di istruzione sono in gran parte determinate dalla quantità di fondi che i diversi governi utilizzano per le istituzioni scolastiche. Se guardiamo i dati pubblicati dall’Unesco scopriamo, ad esempio, che nel 2014 il Sud Sudan ha speso per l’istruzione l’1,71% del proprio PIL, lo Sri Lanka l’1,93%, l’Uganda il 2,21%, il Pakistan il 2,46%, l’Afghanistan il 3,78%, l’Italia il 4,8%, gli Usa il 5,38%, la Finlandia il 7,17%, il Bhutan il 7,36%, lo Zimbabwe l’8,43%. Queste percentuali, in realtà, non dicono molto, poiché il PIL complessivo nei diversi paesi è molto diverso; è maggiormente significativo un dato più generico, che ci dice i paesi industrializzati spendono per l’istruzione in media più di 800 euro l’anno per abitante, contro i circa 40 euro dei paesi poveri.
L’impegno dei governi per l’istruzione fa sì che mentre in Norvegia ci sono 7 alunni per maestro nelle scuole elementari, in India ce ne sono 71 e nella Repubblica Centroafricana 99. In alcuni paesi dell’Africa le difficoltà economiche hanno portato, come per la salute, a una riduzione delle spese per l’istruzione e al crollo dei sistemi scolastici.

Una classe in Camerun

Un insegnante in una classe in India






martedì 25 luglio 2017

Indice delle lezioni

INDICE DELLE LEZIONI DI QUESTO BLOG (in ordine cronologico):

Per facilitare la consultazione del blog, ho predisposto un indice con la data dei vari post

1 Gli strumenti della geografia (giugno 2014)
2 Elementi del paesaggio: il territorio (giugno 2014)
3 Elementi del paesaggio: le acque interne (giugno 2014)
4 Elementi del paesaggio: il mare e la costa (giugno 2014)
5 Elementi del paesaggio: il tempo meteorologico (giugno 2014)
6 Elementi del paesaggio: la vegetazione (giugno 2014)
7 Il rilievo in Europa (giugno 2014) [con video sul rilievo europeo]
8 L’idrografia in Europa (giugno 2014)
9 Mari, penisole e isole in Europa (giugno 2014)
10 Climi e regioni climatiche – La regione artica (giugno 2014)
11 La regione continentale fredda (giugno 2014)
12 La regione atlantica (giugno 2014)
13 La regione mediterranea (giugno 2014)
14 La regione continentale temperata (giugno 2014)
15 Gli Stati europei (giugno 2014)
16 L’Unione Europea (giugno 2014)
17 La popolazione europea (luglio 2014)
18 Lingue, religioni e nazioni in Europa (agosto 2014)
19 Popolazione ed economia (agosto 2014)
20 L’agricoltura e i paesaggi rurali (agosto 2014)
21 L’allevamento e il suo paesaggio (agosto 2014)
22 La pesca (settembre 2014)
23 La silvicoltura (settembre 2014)
24 Le attività estrattive (settembre 2014)
25 Il settore secondario e il paesaggio industriale (settembre 2014)
26 Il settore terziario – Il commercio (dicembre 2014)
27 Il settore terziario – I servizi finanziari (dicembre 2014)
28 Il settore terziario – Trasporti e vie di comunicazione (marzo 2015)
29 Il settore terziario – Servizi del terziario tradizionale e del terziario avanzato in Europa (aprile 2015)
30 La civiltà europea (luglio 2015)
31 Gli insediamenti e le città (luglio 2015)
32 Le fonti di energia (luglio 2015)
33 Come studiare uno Stato (agosto 2015)
34 Il pianeta Terra: la superficie (gennaio 2016)
35 Il pianeta Terra: orogenesi, vulcani, terremoti (gennaio 2016)
36 Il pianeta Terra: l’idrosfera (febbraio 2016)
37 Il pianeta Terra: l’atmosfera e il clima (febbraio 2016)
38 Il pianeta Terra: la biosfera – Gli ambienti marini (febbraio 2016)
39 Il pianeta Terra – Gli ambienti dei climi freddi (febbraio 2016)
40 Il pianeta Terra – Foreste boreali, temperate, mediterranee (febbraio 2016)
41 Il pianeta Terra – Le praterie (febbraio 2016)
42 Il pianeta Terra – Le savane (febbraio 2016)
43 Il pianeta Terra – I deserti (febbraio 2016)
44 Il pianeta Terra – Le foreste equatoriali (febbraio 2016)
45 L’uomo e l’ambiente: distruzione e conservazione (marzo 2016)
46 La popolazione mondiale: la specie umana (luglio 2017)
47 La popolazione mondiale: migrazioni ieri e oggi (luglio 2017)
48 La popolazione mondiale: evoluzione della popolazione (luglio 2017)

Gli approfondimenti compaiono nella barra a destra



48 La popolazione mondiale: evoluzione della popolazione


Per millenni l’aumento di popolazione fu limitato da diversi fattori: quando in una regione l’incremento demografico superava l’aumento della produzione agricola, si verificava una serie di carestie e tra la popolazione indebolita dalla malnutrizione, spesso le epidemie facevano molte più vittime. Inoltre, quando le terre coltivabili diventavano insufficienti, una popolazione poteva cercare di conquistare nuove terre, muovendo guerra ad altri popoli, e i vinti venivano sottomessi o sterminati. Carestie, epidemie e guerre limitavano la crescita demografica, provocando un aumento della mortalità che compensava la natalità: è stato calcolato che l’incremento naturale nei primi quindici secoli dopo Cristo si sia mantenuto tra il 2 e il 5% per secolo, cioè tra lo 0,02 e lo 0,05% annuo. Ancora verso il 1600 gli abitanti della terra superavano appena il mezzo miliardo.
Negli ultimi cinque secoli la situazione si è modificata: i progressi agricoli hanno permesso di produrre molto di più e quindi di nutrire più persone; la conquista da parte degli europei degli altri continenti ha dato loro la possibilità di mettere a coltura nuove terre e di crescere di numero senza il rischio che si verificassero carestie; grazie ai progressi della medicina ed ai miglioramenti nelle condizioni igieniche sono state sconfitte molte malattie quali il vaiolo, la peste, il colera che causavano molte vittime. Ha avuto così inizio, prima soprattutto in Europa e nei continenti popolati dagli europei, ma poi anche altrove, un rapido aumento della popolazione, che nel 1830 raggiunse il miliardo, per poi passare a due miliardi nel 1930, tre nel 1960, quattro nel 1975, cinque nel 1987, sei nel 1999, sette nel 2011.


All’inizio dell’Ottocento l’evoluzione della popolazione cominciò a differenziarsi. Nei paesi più ricchi, dove il livello di vita era più alto, la mortalità diminuì nettamente nel corso del secolo e, dopo un periodo di crescita demografica in cui la popolazione aumentò in misura notevole, anche la natalità cominciò a diminuire.
Nel terzo millennio in molti Stati la maggioranza delle famiglie tende ad avere un basso numero di figli, di conseguenza l’incremento demografico è contenuto: è inferiore all’1% in paesi come la Germania, la Slovenia, l’Austria, la Grecia, l’Italia, la Bosnia ed Erzegovina, la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria, la Romania, la Lituania, l’Ucraina, il Portogallo, la Croazia (in Europa) e il Giappone, Singapore, la Corea del Sud, Taiwan (in Asia). Tra gli Stati extraeuropei è all’1% in Canada e a Cuba, all’1,2% in Cina e Australia, all’1,3% negli Stati Uniti e Nuova Zelanda (tutti i dati precedenti e seguenti sono forniti dalla Cia nel 2014).

Una tipica famiglia europea: padre, madre, un figlio

L’incremento demografico nei paesi ricchi è contenuto anche per il numero in aumento dei singles e delle famiglie mono-genitoriali (cioè formate da un solo genitore, che di solito ha unico un figlio).
Va inoltre detto che in molti dei paesi citati precedentemente il saldo naturale sarebbe spesso negativo, se non fosse per l’alto numero di immigrati, che, a differenza degli indigeni, tendono a procreare un maggior numero di figli.
La riduzione della natalità modifica la composizione della popolazione. A causa infatti del ridotto incremento naturale e della maggiore durata della vita media, in tutti gli Stati ad alto reddito pro-capite vi è un equilibrio tra le diverse classi d’età: ad esempio in Svizzera le persone con un’età compresa tra 0 e 17 anni sono il 18%, quelle con oltre 65 anni sono ugualmente il 18%.


Negli ultimi anni in alcuni paesi l’equilibrio si è rotto a favore della popolazione anziana; il caso più macroscopico è quello del Giappone, dove nel 2014 la popolazione tra 0 e 14 anni costituiva il 12,8% del totale, mentre le persone con più di 65 anni erano il 26%.


Nei paesi del Terzo Mondo la situazione è profondamente diversa, soprattutto in quelli più poveri. Qui, benché nettamente diminuita, la mortalità è ancora alta, superiore all’1% in paesi come il Sudafrica, Lesotho, Ciad, Guinea Bissau, Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Somalia, Swaziland, Namibia, Botswana, Mali, Nigeria, Gabon, Zambia, Niger, Mozambico e altri (dati della CIA del 2014). In questi paesi malattie guaribili come il morbillo, la rosolia, la pertosse hanno ancora esiti mortali; negli ultimi decenni, inoltre, si è diffuso massicciamente presso le popolazioni africane l’Aids (Acquired Immune Deficiency Syndrome), una malattia infettiva virale che si trasmette tramite i rapporti sessuali e anche dalla madre al figlio che porta in grembo.

Manifesto sudafricano di prevenzione all’AIDS

Anche il tasso di natalità rimane molto alto: supera il 4% in otto Stati africani (Niger, Mali, Uganda, Zambia, Burkina Faso, Burundi, Malawi, Somalia) e il 3% in molti altri paesi africani e in qualche stato asiatico (Afghanistan, Timor Est, Yemen). La natalità rimane alta in molti paesi nonostante numerose campagne governative per il controllo delle nascite, come è avvenuto in India, in Cina, nella Corea del Sud, in alcuni paesi africani. Il controllo della natalità si scontra in molti Stati con concezioni sociali e religiose molto profonde nella popolazione; inoltre crea anche nuovi problemi. Ad esempio l’aumento della popolazione maschile, dato che in alcune culture è l’uomo il continuatore della famiglia e le donne sono considerate inferiori: ciò ha comportato che le interruzioni di gravidanza abbiano colpito soprattutto feti di sesso femminile.

Una famiglia cinese: per ridurre il sovrappopolamento la Cina introdusse la legge del figlio unico nel 1979; nel 2013 questa legge è stata abolita ed ora una famiglia cinese può generare due figli senza incorrere in sanzioni

Combinando il ridotto calo della mortalità con la natalità che permane alta, l’incremento naturale nei paesi del Terzo Mondo è ancora alto, spesso superiore al 2 o al 3% e la crescita della popolazione è molto rapida: un incremento della popolazione del 3% significa che in un secolo essa viene moltiplicata per 19 volte.
Questo fenomeno ha diverse cause. In primo luogo l’alta mortalità infantile (cioè la percentuale di bambini che muoiono nel primo anno di vita): essa supera il 10% (secondo dati del 2014) in Afghanistan (Asia) e in Mali e Somalia (Africa), si aggira tra il 9 e il 7% in Repubblica Centrafricana, Guinea Bissau, Ciad, Niger, Angola, Burkina Faso, Nigeria, Sierra Leone, Congo, Mozambico, Guinea Equatoriale (tutti Stati dell’Africa).

Una rifugiata somala con il figlio denutrito in un campo profughi in Kenya

L’alta mortalità infantile spinge molti genitori ad avere più figli, per avere maggiori probabilità che alcuni sopravvivano fino all’età adulta: infatti i paesi a bassa mortalità infantile sono anche quelli in cui la natalità è minore. L’avere molti figli è anche l’unico mezzo con cui i genitori possono garantirsi un futuro, perché in molti di questi paesi, in cui mancano i fondi per garantire un’assistenza adeguata agli anziani, sono di solito i figli a provvedere ai genitori quando questi non sono più in grado di lavorare. Inoltre spesso molte donne che vorrebbero ridurre le nascite non sanno come evitare le gravidanze indesiderate: esiste un legame tra l’istruzione femminile ed il tasso di fecondità (il numero medio di figli che ogni donna genera), perché dove il livello di istruzione è più alto, le donne sono in grado di ridurre il numero di gravidanze se lo desiderano. Anche le credenze religiose possono essere importanti nel determinare le scelte delle famiglie, così ad esempio molti cattolici e musulmani rifiutano la limitazione delle nascite.

Una donna indiana in ospedale con il figlio; negli anni ’70 del XX secolo l’India varò un’iniziativa di pianificazione familiare, che portò alla sterilizzazione migliaia di uomini e milioni di donne

L’incremento demografico molto rapido è causa di numerosi problemi: occorre creare nuovi posti di lavoro, costruire abitazioni, scuole e servizi per una popolazione che cresce ad un ritmo molto più veloce delle risorse, mentre il degrado ambientale si aggrava; quando non c’è lavoro, aumenta la percentuale di popolazione che è costretta a emigrare, come sta succedendo negli ultimi anni con le conseguenze descritte nella lezione precedente. Per questi motivi molti governi hanno promosso campagne demografiche per limitare le nascite, però tali campagne ottengono risultati solo se vi è contemporaneamente un miglioramento del tenore di vita e dell’istruzione.

Bambini in una scuola nigeriana: l’istruzione è fondamentale per permettere a una popolazione di migliorare le proprie condizioni di vita, il che avviene anche mediante una cosciente capacità riproduttiva

A causa del forte incremento demografico nei paesi più poveri il rapporto tra le diverse classi d’età è nettamente squilibrato a favore delle classi più giovani e la distribuzione della popolazione per età ha un andamento a piramide: in paesi come la Nigeria, la Costa d’Avorio, lo Yemen quasi metà della popolazione ha meno di 15 anni, mentre le persone con oltre 64 anni sono solo il 2-3%.

L’enorme differenza nei due grafici evidenzia la diversità della composizione della popolazione per età nei due paesi considerati: il Niger e l’Italia